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2015 Busto del Doge Gradenigo

Siamo orgogliosi di dirvi che sono ultimati i lavori di restauro del busto marmoreo del Doge Gradenigo di Antonio Gai, a cura del personale della Lares Restauri S.r.L. Di seguito alcune fotografie dell’intervento svolto.

La Storia


Dell’attività ritrattistica di Antonio Gai possediamo un esempio al Museo Correr di Venezia nel busto in marmo di Carrara del doge Bartolomeo Gradenigo. L’opera è stata donata ai Musei Civici Veneziani nel 1921 per legato di Giambattista Venier, ed era originariamente appoggiata a un sostegno in legno, oggi mancante.

Guido Lorenzetti nell’edizione del 1926 della sua guida Venezia e il suo estuario, colloca il busto all’interno della «[…] Saletta dei ritratti dei dogi», attribuendolo allo scultore «[…] A. Gai del XVIII secolo»; uguale attribuzione la leggiamo nella guida del Museo Correr del 1938, senza però alcun cenno alla firma dell’autore chiaramente leggibile nella parte sinistra del piedestallo. Non la ricorda il vecchio elenco del 1899, dato che la scultura giunse ai Musei Civici ventidue anni dopo.

Le notizie relative ai ritratti di questo scultore, nato a Venezia il 3 maggio 1686 e morto nella sua casa veneziana di San Bartolomeo il 4 giugno 1769, sono discordanti e, nella maggior parte dei casi, carenti di documentazione; pur tuttavia, il manoscritto di Tommaso Temanza, elemento basilare per la ricostruzione del corpus delle opere di Antonio Gai, accenna a un unico esempio di ‘ritratto’, il busto del cardinale Querini nella “Basia” di Busche, oggi disperso.

Vi è ancora confusione sulla paternità degli altri ‘ritratti’, alternativamente attribuiti ad Antonio e al figlio Giovanni dagli storici dell’arte. A esempio, sono stati recuperati allo scarno catalogo di Giovanni – allo scalpello del quale con certezza sono stati ricondotti il busto di Teofilo Folengo nella chiesa parrocchiale di Campese e il San Giovanni Battista sull’altare della chiesetta privata di ca’ Rezzonico a Bassano ¬– i busti del doge Niccolò Sagredo e del patriarca Alvise Sagredo a San Francesco della Vigna, ritenuti però opere di Antonio dalla Casanova (L. Casanova, 1957). Ugualmente, per il busto di Bartolomeo Gradenigo la Casanova vi riconosce lo stile di Antonio Gai per le analogie con le portelle bronzee di accesso alla loggetta di Jacopo Sansovino a San Marco, mentre Semenzato (C. Semenzato, 1966) lo espunge dal suo catalogo. Scrive la Casanova a tal proposito: «Nella composizione del doge, quasi vittoriesca, ritroviamo alcuni elementi cari al Gai, il tocco morbido, la cura gentile del particolare, la trasparenza della cuffia, il muoversi pastoso del manto […].

 


I delicati ricami della veste, la fine ornamentazione del corno ducale sono trattati con lo stesso amore, con la stessa raffinatezza con cui il Gai tratta le armi e l’elmo della Pubblica libertà nella portella della Loggetta»; e ne propone una datazione tra il 1734 e il 1744, ovvero proprio in concomitanza con l’importante commissione di piazza San Marco. I cancelli vennero eseguiti con l’aiuto dei figli Francesco e Giovanni, ma certamente prevalse la mano dello scultore che si presentava molto abile nella composizione fitta di particolari eppure elegante nella distribuzione degli spazi.

A seguito di questa importante opera, la quotazione di Antonio Gai lievitò in città e fuori di essa. Intorno al 1738 Antonio eseguiva le due allegorie della Vista e dell’Udito sullo scalone di villa Giovannelli a Noventa Padovana mentre probabilmente verso la metà del secolo eseguiva a Vicenza, per il giardino di palazzo Vecchia-Romanelli, le allegorie delle stagioni che oggi si conservano nel Parco Querini. Nel 1749 i procuratori di San Marco decretarono l’ampliamento dell’attico della loggetta mediante l’aggiunta di due riquadri con Putti su trofei, commissione che venne affidata al Gai in virtù del ‘mimetismo linguistico’ già sperimentato nelle portelle bronzee. Perduti i due Angeli di San Simeon Grande e la Fede di San Giovanni in Bragora, sono giunti fino a noi la Fede e la Fortezza della chiesa di San Vidal e i Santi Pietro e Paolo della parrocchiale di Scaltenigo.

All’atto della fondazione dell’Accademia di pittura e scultura di Venezia, il nome di Antonio Gai venne inserito nella lista dei trentasei artisti chiamati a formare il corpo insegnante e la rinomanza e il prestigio che ne avevano suggerito l’inclusione nel corpo accademico, motivarono dopo qualche anno la sua ascesa alla presidenza dell’istituzione. Fra le commissioni più prestigiose vanno certamente inserite le statue del San Lorenzo Giustiniani e del Beato Gregorio Barbarigo che arricchiscono, insieme alle altre cinque statue, la facciata della chiesa di San Rocco. Data l’età avanzata, l’esecuzione delle due statue, commissionategli nel 1765, procedettero a rilento e non senza l’intervento dei figli che portarono a compimento le opere quando Antonio Gai, quattro anni più tardi, morì.

Il testo sopra riportato è stato curato da Laura De Rossi

 


Intervista a Marina Ceconi

realizzata da territori.coop

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