Il Doge Bartolomeo Gradenigo

I Gradenigo

I Gradenigo furono presenti fin dalle origini della storia di Venezia; appartenenti alle mitiche dodici famiglie fondatrici della città, rivestirono ruoli di primo piano in ambito politico ed economico. Forse potrebbe apparire un po’ forzata la teoria di un genealogista secentesco – del quale fa menzione Giuseppe Gullino in un nutrito saggio sulla casata – che volle discendenti dal doge Pietro (detto “Pierazzo”, 1260-1311) tutte le principali monarchie del mondo; quel che però è certo è che i Gradenigo durante il 1300 e il 1400 ramificarono alla svelta, irrorando, con il loro sangue, molte delle principali corti e monarchie d’Europa e che,  grazie a un’accorta politica matrimoniale e al fortunato convergere in essi di dell’eredità di casate estinte, in controtendenza rispetto a molte nobili famiglie fra fine Settecento e il secolo successivo, non si indebolirono e riuscirono a conservare un ruolo di primo piano almeno per tutto il XIX secolo.
Una ventina d’anni fa, da parte dei discendenti della famiglia, fu depositato nell’Archivio di Stato di Venezia il fondo Gradenigo rio Marin che racchiude, in oltre 400 buste, la storia ben documentata dell’ultimo ricco ramo della nobile famiglia, quello residente nel palazzo secentesco di rio Marin. Dalle copiose, dettagliate notizie, supportate dalle numerose fonti citate, si apprende di come i Gradenigo attraversarono i tanti secoli di storia della Serenissima Repubblica, incrementando, oltre al loro prestigio col rivestire cariche pubbliche che poi in parte elencheremo, anche le loro ricchezze con accorti investimenti. Originari di Aquileia – la maggior parte delle fonti è propensa a crederlo – si spostarono dapprima ad Eraclea e di lì a Rialto, toccando nel Medioevo la punta più alta di ricchezza, prestigio e potere. Fin da subito manifestarono un costante interesse nei confronti delle saline; perciò, come prima tappa, accumularono il possesso di vaste distese d’acqua che consentiva loro un doppio interesse economico: da un lato l’installazione di peschiere, dall’altro la costruzione di numerosi mulini. I loro investimenti riguardarono ampie zone delle isole di Pellestrina, Murano – dove nel 1108 Pietro, fratello del patriarca di Grado Giovanni III, fondò la chiesa di San Cipriano – e Chioggia – che, con le sue saline e i suoi orti rappresentava la “campagna” veneziana –; ma non mancarono di impiegare i loro danari anche in beni immobili – situati soprattutto nella zona “realtina” – e in affari commerciali.
I primi anni del XIII secolo videro i Gradenigo, a quel tempo già divisi in più rami (nel 1550 si potranno contare ben ventiquattro rami), cominciare la loro avventura al di fuori dai confini lagunari, rivolgendosi in particolare al nuovo vasto possedimento entrato da poco a far parte dei dominii veneziani, l’isola di Candia, dove, nell’arco dei primi ottant’anni di dominio veneziano, essi vi ricoprirono per ben quattro volte la carica di duca (governatore). Ma l’apice del potere venne raggiunto fra la fine del ’200 e la prima metà del XIV secolo quando ben tre esponenti del casato tennero la corona ducale. Il primo fu Pietro, detto “Pierazzo” doge dal 1298 al 1311, figlio di quel Marco che aveva retto la comunità veneziana di Costantinopoli. Non fu tranquillo il suo dogato. L’anno stesso della sua nomina era giunta a conclusione la riforma costituzionale nota come serrata del Maggior Consiglio – che sarebbe durata fino alla caduta della Repubblica – con la quale si affidava il monopolio delle cariche politiche unicamente al patriziato cittadino; una riforma che vide, fra le tante conseguenze, la congiura di Bajamonte Tiepolo che il doge dovette affrontare l’anno precedente alla sua scomparsa, nel 1310.
Il successivo doge fu Bartolomeo, del ramo di San Lio, eletto nel 1339 e morto nel 1342. Podestà di Ragusa e procuratore di San Marco, ebbe la fortuna di condurre un dogato tranquillo, se si fa eccezione per la terribile inondazione del 1340 che per poco non sommerse completamente Venezia. Da Bartolomeo discesero i Gradenigo che abitarono prima a San Luca, poi a Santa Giustina.
L’ultimo loro doge, Giovanni, del ramo di San Polo, regnò poco più di un anno, dal 1355 al 1356.
Per arrivare a una sintesi, la più esaustiva possibile, delle cariche pubbliche occupate dai numerosi appartenenti alla nobile casata, attingiamo ancora una volta alle notizie forniteci dall’autore delle memorie familiari dalle quali si desume che i Gradenigo ebbero: tre dogi, quattro duchi nell’isola di Candia, una Signora di Padova (moglie di Giacomo da Carraro), quindici procuratori di San Marco, otto cavalieri di San Marco, quarantacinque consiglieri ducali; inoltre sostennero novantotto ambascerie, sessantasei provveditorati in armata e in cavalleria, duecentosettantuno rettorati. Ebbero cinquantuno savi del Consiglio, diciotto membri del Consiglio dei Dieci, due inquisitori di Stato, nove baili, otto luogotenenti della Patria del Friuli, otto avogadori, due correttori della Promissione ducale, cinque capitani “da mar”, tre capitani in Golfo, quarantacinque comandanti di galera.
Furono anche uomini di Chiesa, potendo contare sul cardinale Pietro Gradenigo (1144), su undici vescovi, su sei patriarchi, su otto abati e su ventitré badesse.
Non ultimo, coltivarono le buone lettere distinguendosi con un bibliotecario e un “custode” della Libreria Marciana, un ‘direttore’ della biblioteca di San Giorgio Maggiore, due riformatori dello Studio di Padova, per non dire dei molti letterati, poeti, storici, numismatici e accademici che incrementarono con la nobile arte delle “lettere” la già illustre casata.

Bartolomeo Gradenigo

Bartolomeo Gradenigo

Bartolomeo Gradenigo di Angelo fu il LIII doge della Serenissima Repubblica, eletto il 7 novembre 1339 con 31 voti a favore su 41 disponibili. Concorrevano in quell’occasione al dogato due rappresentanti delle famiglie Dandolo e Falier: rispettivamente, Andrea Dandolo di Fantino e Marino Falier di Jacopo dai Santi Apostoli.
Andrea Dandolo, appena trentenne, nonostante fosse già famoso per la sua dottrina, era comunque troppo giovane per rivestire la più alta carica della Repubblica e poteva attendere qualche altro anno prima di rivestire le insegne dogali: cosa che puntualmente avvenne alla morte del nostro Bartolomeo; del pari, alla morte di Andrea Dandolo, venne eletto doge il terzo concorrente, Marino Falier.
Tutt’altro che giovane al momento dell’elezione, Bartolomeo Gradenigo – assurto alla carica dogale settantaseienne (essendo nato nel 1263, tra gennaio e febbraio, nella parrocchia di San Lio) ¬– vantava un corsus honorum di tutto rispetto avendo rivestito per ben tre volte la carica di podestà di Ragusa – allora dominio veneziano –: una prima volta nel 1310, una seconda volta tra il 1312 e il 1313 e una terza nel 1320; nove anni più tardi, sempre in qualità di podestà, si era occupato del governo della città di Ragusa, per, infine, essere eletto, nel 1334 (1333 m. v.) procuratore di San Marco. Dalla Vita del Doge Bortolammeo Gradenigo (scritta da Pietro Gradenigo quondam Giacomo), pur con qualche accortezza per non cadere nell’inevitabile intento celebrativo del suo autore, possiamo apprendere, inoltre, della sua partecipazione in qualità di sapiens a numerose commissioni del Senato incaricate di volta in volta di prendere in esame importanti questioni attinenti alla politica estera o a quella interna dello Stato, a riprova del prestigio di cui era ampiamente circondato.
Stringato è il racconto di Marco Barbaro (M. Barbaro, A. Tasca, Arbori de’ patritii veneti, ms. Archivio di Stato di Venezia, Miscell. Codici, I, Storia veneta 19) sull’elezione a doge di Bartolomeo: «[…] fu assunto alla dignità ducale Bartolomeo Gradenigo, con voti 31, alli 7 novembre 1339. Si fecero feste per la città et acclamationi del popolo nella di lui publica coronatione, e con publica fontione fu lodato. Era questo arivato al’età d’anni 76, liberale, pieno di bontà naturale e discretto, che pose tutto l’animo suo al governo». Un governo che si prevedeva essere – e infatti lo fu – senza grossi scossoni, considerata l’età avanzata del Gradenigo e il suo essere non inviso ai ceti popolari. Il fortunato convergere, poi, di circostanze favorevoli sul fronte politico – se si escludono le endemiche ‘scaramucce’ nei dominii orientali – agevolò il processo di sistemazione dell’amministrazione dei vecchi centri del Dogado, Pellestrina, Poveglia e Malamocco. Dopo nemmeno due mesi dall’elezione, infatti, anche queste località venivano ‘ordinate’ attraverso una regolare gestione affidata a rettori regolarmente inviati da Venezia, come ci testimonia il colorito racconto di una Cronaca veneta attribuita a Daniele Barbaro: «[…] vedendo esser cressudo li povegioti molto de numero et de forze, et esser gran fatto tutte persone rissose et scandalose, deliberò [Bartolomeo Gradenigo de quietarli et frenarli alquanto […] et fatta la deliberation, fu poi eletto Piero Lando, che fu il primo che havesse quel grado». Ai primissimi tempi del suo dogato va anche ascritta la sistemazione del percorso che da San Marco porta a Rialto attraverso le Mercerie.
Pare che le cronache dell’epoca siano tutte concordi nel ritenere la mareggiata del 15 febbraio 1341 (1340 m. v.) che colpì e quasi sommerse Venezia, il problema ‘interno’ più complesso che egli si trovò ad affrontare e che, leggenda vuole, riuscì a risolvere addirittura con un’intercessione divina. «Il primo accidenti che seguì, che fece paura et danno alla città, fu il cresser delle aque, le qual montorno tant’alte che le inondorno tutte le strade et entrorno quasi per tutte le case, et non solo guastorno i pozzi ma fesseno anco non mediocre danno alla robba»: una delle prime “acque grandi” di cui sia giunta notizia fino a noi, quando il mare talmente si ingrossò, da riuscire a oltrepassare le isole del Lido e di Pellestrina, con conseguenti rilevanti danni alle abitazioni ma, in ispecie, alle merci accumulate al pianto terreno.
Anche da questa disgrazia, una volta scampato il pericolo, Venezia non mancò di trarre occasione per evidenziare il suo particolare rapporto con il divino che interviene a salvarla ogni qualvolta la furia degli elementi o degli uomini si accanisce sulla città. La fantasia – mista a devozione, non vi è dubbio – del popolo, attribuì la salvezza all’intercessione di tre santi – san Marco, guarda caso, san Nicolò e san Giorgio – i quali, a bordo della barca di un inconsapevole pescatore, avevano solcato il mare in burrasca della laguna fino a raggiungere e ad affondare l’imbarcazione in cui si trovavano gli spiriti maligni, che preparavano la rovina di Venezia; poi, a ricordo imperituro dell’evento, avevano lasciato al giovane pescatore un segno tangibile della loro salvifica mediazione: un anello da consegnare al doge, suggello dell’eterna protezione che Dio aveva accordato alla città. Un evento che l’iconografia ha fissato in numerosi dipinti – uno su tutti, quello di Paris Bordon alle Gallerie dell’Accademia di Venezia – e che rivive ogni anno nel giorno della “Sensa”.
Riguardo invece i problemi ‘esterni’, questi arrivarono dal più strategico possedimento veneziano in Levante, Creta, isola preposta alla salvaguardia dei commerci della Serenissima; la ribellione, esplosa durante gli ultimi mesi del 1342, pose ancora una volta il governo della città di fronte al dilemma se optare per una sanguinosa repressione oppure, come spesso era accaduto, giocare la carta della diplomazia e del consenso; scegliendo la seconda opzione, Venezia riuscì a isolare i capi degli eversivi e a giustiziarli. Il breve dogado di Bartolomeo Gradenigo fu inoltre funestato da una grave carestia di frumento che procurò al doge – nonostante i provvedimenti da lui messi in atto per arginare il problema – l’ostilità delle masse popolari, il cui consenso non riuscì più a recuperare dato che il 28 dicembre 1342 lasciò la vita terrena.

Egli riposa nel braccio sinistro della basilica di San Marco, entro un bel sarcofago gotico di scuola pisana collocato sotto il mosaico raffigurante il Giudizio di Salomone. Sul davanti del sarcofago, quasi agli angoli, sono scolpiti la Madonna e l’arcangelo Gabriele; nel mezzo, la Madonna con Bambino sulle ginocchia fra gli apostoli Marco e Bartolomeo e, in piccolo, il doge inginocchiato ai loro piedi. L’iscrizione si può leggere in una piccola lapide sottostante:


BARTOLOMEO GRADENIGO
MORIBUS INSIGNIS, RECTI - BASIS INDOLE CLARUS, CLA-RIOR ET MERITIS PATRII - SERVATOR HONORIS, CLA-UDITOR HOC TUMULO - GRADONICO BTHOLAMEUS - DUX FUIT IS VENETU QUAR-TO DEFUNCTUS IN ANNO

Il busto in marmo, ritratto di Bartolomeo Gradenigo, di Antonio Gai

Busto Bartolomeo GradenigoDell’attività ritrattistica di Antonio Gai possediamo un esempio al Museo Correr di Venezia nel busto in marmo di Carrara del doge Bartolomeo Gradenigo.
L’opera è stata donata ai Musei Civici Veneziani nel 1921 per legato di Giambattista Venier, ed era originariamente appoggiata a un sostegno in legno, oggi mancante.
Guido Lorenzetti nell’edizione del 1926 della sua guida Venezia e il suo estuario, colloca il busto all’interno della «[…] Saletta dei ritratti dei dogi», attribuendolo allo scultore «[…] A. Gai del XVIII secolo»; uguale attribuzione la leggiamo nella guida del Museo Correr del 1938, senza però alcun cenno alla firma dell’autore chiaramente leggibile nella parte sinistra del piedestallo. Non la ricorda il vecchio elenco del 1899, dato che la scultura giunse ai Musei Civici ventidue anni dopo.
Le notizie relative ai ritratti di questo scultore, nato a Venezia il 3 maggio 1686 e morto nella sua casa veneziana di San Bartolomeo il 4 giugno 1769, sono discordanti e, nella maggior parte dei casi, carenti di documentazione; pur tuttavia, il manoscritto di Tommaso Temanza, elemento basilare per la ricostruzione del corpus delle opere di Antonio Gai, accenna a un unico esempio di ‘ritratto’, il busto del cardinale Querini nella “Basia” di Busche, oggi disperso.
Vi è ancora confusione sulla paternità degli altri ‘ritratti’, alternativamente attribuiti ad Antonio e al figlio Giovanni dagli storici dell’arte. A esempio, sono stati recuperati allo scarno catalogo di Giovanni – allo scalpello del quale con certezza sono stati ricondotti il busto di Teofilo Folengo nella chiesa parrocchiale di Campese e il San Giovanni Battista sull’altare della chiesetta privata di ca’ Rezzonico a Bassano ¬– i busti del doge Niccolò Sagredo e del patriarca Alvise Sagredo a San Francesco della Vigna, ritenuti però opere di Antonio dalla Casanova (L. Casanova, 1957). Ugualmente, per il busto di Bartolomeo Gradenigo la Casanova vi riconosce lo stile di Antonio Gai per le analogie con le portelle bronzee di accesso alla loggetta di Jacopo Sansovino a San Marco, mentre Semenzato (C. Semenzato, 1966) lo espunge dal suo catalogo. Scrive la Casanova a tal proposito: «Nella composizione del doge, quasi vittoriesca, ritroviamo alcuni elementi cari al Gai, il tocco morbido, la cura gentile del particolare, la trasparenza della cuffia, il muoversi pastoso del manto […]. I delicati ricami della veste, la fine ornamentazione del corno ducale sono trattati con lo stesso amore, con la stessa raffinatezza con cui il Gai tratta le armi e l’elmo della Pubblica libertà nella portella della Loggetta»; e ne propone una datazione tra il 1734 e il 1744, ovvero proprio in concomitanza con l’importante commissione di piazza San Marco. I cancelli vennero eseguiti con l’aiuto dei figli Francesco e Giovanni, ma certamente prevalse la mano dello scultore che si presentava molto abile nella composizione fitta di particolari eppure elegante nella distribuzione degli spazi.
A seguito di questa importante opera, la quotazione di Antonio Gai lievitò in città e fuori di essa. Intorno al 1738 Antonio eseguiva le due allegorie della Vista e dell’Udito sullo scalone di villa Giovannelli a Noventa Padovana mentre probabilmente verso la metà del secolo eseguiva a Vicenza, per il giardino di palazzo Vecchia-Romanelli, le allegorie delle stagioni che oggi si conservano nel Parco Querini.
Nel 1749 i procuratori di San Marco decretarono l’ampliamento dell’attico della loggetta mediante l’aggiunta di due riquadri con Putti su trofei, commissione che venne affidata al Gai in virtù del ‘mimetismo linguistico’ già sperimentato nelle portelle bronzee.
Perduti i due Angeli  di San Simeon Grande e la Fede di San Giovanni in Bragora, sono giunti fino a noi la Fede e la Fortezza della chiesa di San Vidal e i Santi Pietro e Paolo della parrocchiale di Scaltenigo.
All’atto della fondazione dell’Accademia di pittura e scultura di Venezia, il nome di Antonio Gai venne inserito nella lista dei trentasei artisti chiamati a formare il corpo insegnante e la rinomanza e il prestigio che ne avevano suggerito l’inclusione nel corpo accademico, motivarono dopo qualche anno la sua ascesa alla presidenza dell’istituzione.
Fra le commissioni più prestigiose vanno certamente inserite le statue del San Lorenzo Giustiniani e del Beato Gregorio Barbarigo che arricchiscono, insieme alle altre cinque statue, la facciata della chiesa di San Rocco.
Data l’età avanzata, l’esecuzione delle due statue, commissionategli nel 1765, procedettero a rilento e non senza l’intervento dei figli che portarono a compimento le opere quando Antonio Gai, quattro anni più tardi, morì.

Il testo sopra riportato è stato curato da Lura De Rossi

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